Natale è tornato…

…e vi siete appena svegliati.

Avete aperto i pacchi, siete felici, i vostri figli vi hanno già sequestrato il 56 pollici che vi siete regalati per attaccarci la Xbox nuova e non ve lo molleranno fin dopo il 6 gennaio.

Al pranzo manca ancora qualche ora e dopo il cenone di ieri sera vi sembra cattiveria pura essere costretti a ingerire altro cibo.

E invece cosa fate? Aprite il frigo e lì c’è una birra nascosta dietro cotechini e zamponi precotti. Vi aspetta da quando l’avete dimenticata preferendole uno spritz per l’ultima apericena dell’estate.

Ma sì, apritela, sedetevi e gustatevela, non ci vorrà molto, basterà…

SOLO IL TEMPO DI UNA BIONDA

di Fabio Mundadori

Scendo le scale dal primo piano senza fretta, oltre le finestre un serpente infinito di lamiera, vetro e plastica porta la gente in vacanza.

I gemiti di dolore che fanno da sigla di coda a un’inutile vita mi accompagnano.

Un passo dopo l’altro raggiungo l’uscita, fuori un mix osceno di clorofilla, benzene e gasolio combusto soppianta l’odore del sangue; poco lontano, oltre il guardrail, una lastra in marmo bianco indica il Km 66 della SS148.

Davanti a me, la casa ha muri e imposte massacrati dal tempo.

Sorrido, io e il tempo abbiamo due cose in comune: non siamo clementi e dove passiamo lasciamo il segno.

Mi avvicino al mio Ducati Monster: la livrea nero opaco inghiotte ogni raggio di sole; sollevo la sella e dal vano frigo prendo la bottiglia: da dietro il vetro la lager regala tutte le sfumature dell’ambra.

Un colpo con il cane della Luger e il tappo a corona rotola al suolo, alle mie spalle l’erba si muove, i muscoli scattano come meccanismi a orologeria, in un respiro punto il bersaglio: un topo. Non sa di avere davanti un ex KGB, mi fissa poi scompare nel canale di scolo.

L’arma torna nella fondina, porto la bottiglia alle labbra, respiro l’aroma di miele e spighe mature, la schiuma rotola in fondo alla gola.

Le urla di dolore del bastardo si sentono fin qui ora.

Niente da dire la piccola ha imparato bene.

Me le godo insieme agli ultimi due sorsi, poi lancio la bottiglia contro il muro.

Il suono del vetro che va in pezzi è il segnale convenuto.

Pochi secondi e lei compare sulla soglia.

La prima volta che l’ho vista l’ho strappata dalle mani di chi avrebbe dovuto prendersi cura di lei, l’uomo che stava per violentarla.

Poteva finire lì, ma lei mi ha chiesto vendetta e libertà, io le ho spiegato come ottenerle.

Mi riconsegna il coltello rosso di sangue, nessuna emozione negli occhi.

Quanti anni avrà?

Tredici?

Forse.

Certo molti più di quelli che vissuto.

Senza dire nulla si allontana.

Il suo nome?

Non lo so: non ha importanza.

Ve lo dico io, che un nome non ce l’ho.

Ve lo dico io, che sono Mascotte.